Cheese!
S4 E06 | Il vino, come la fotografia, ritrae un attimo preciso nel tempo, ma il suo sviluppo è assai più disteso nel tempo e nello spazio.
Ciao, io sono Giulia e questa è la quarta stagione della Guida Galattica per Enostappisti: la newsletter che ti aiuta a unire i puntini nell’universo vino, un paio di bottiglie / canzoni / parole / vicende random / link al mese.
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🚀 Il vino non è un’istantanea
Mio nonno R. se n’è andato nel luglio 2023, arresosi al tempo, all’età ormai avanzata, a una malattia che aveva sgretolato la sua mente un poco alla volta. Soffriva di demenza senile da tanto tempo, così tanto che al momento del nostro ultimo saluto non ricordavo più la nostra ultima conversazione di senso compiuto.
Questo non vuole essere di certo un epitaffio; c’è un affascinante intrigo tra il tempo che scorre, tra le cose che ricordiamo e quelle che invece lasciamo andare, tra il vino e l’oscurità, e parte tutto da un album al quale torno spesso, con un po’ di magone, perché mi ricorda con delicatezza quanto possa essere spietata la vita e quanto siamo impotenti di fronte al tempo — nel bene e nel male.
Mio nonno era un grande appassionato di fotografia e, nell’ultima fase della sua vita, di vino: non tanto perché effettivamente gli interessasse ma perché “grazie” alla malattia si dimenticava del bicchiere appena bevuto e, nel dubbio, beveva di nuovo. Che assurdità: non aveva mai dimenticato quel verso della Divina Commedia sulla libertà, che tanto gli piaceva e aveva imparato presumibilmente da bambino, per finire col dimenticare, da lì a tre secondi, ciò che aveva appena ingerito.
L’esatto opposto di ciò che capita a me, cosa che mi fa sorridere: non ricordo il colore della canottiera che ho indossato ieri, ma se mi chiedi se ho bevuto o meno un’annata di un tale vino, certo che me lo ricordo.
Dicevamo, la fotografia: nonno aveva una Nikon che si portava sempre appresso, attentissimo e sempre pronto a immortalare un attimo per i posteri, un sorriso spontaneo, un gesto improvviso. Un clic, e un granello s’incastrava tra le trame del tempo, da imprimere in un pezzo di carta, da appendere al muro, per il gusto tutto nostro di esseri umani, di ricordare e immortalare un attimo per quello che era nel momento in cui è stato vissuto.
Ci ripensavo sfogliando vecchie foto di famiglia, e continuava a tornarmi in mente l’immagine del nonno che beveva beato il suo bicchiere di vino: ci premuravamo di annacquarlo, sempre, per evitare che si ubriacasse. L’immagine del nonno a tavola sfumava in una camera oscura, al cui interno c’era una figura intenta ad immergere i negativi nel liquido di sviluppo.
Il vino, come la pellicola, ha bisogno di buio e di tempo per diventare quello che deve essere. Chi ha letto Libera Nos a Malo forse ricorderà che la quarta stagione, per me, sarebbe stata anche un modo per ripensare il significato del vino.
Vino e fotografia hanno un tratto in comune: non sono istantanei: sono un insieme di processi lenti, in cui il tempo lavora dentro un liquido.
Prendiamo il tempo di fermentazione, o il tempo di maturazione e di affinamento: le lancette dell’orologio scandiscono il passare delle ore, dei giorni, che andranno a definire il carattere del liquido che arriverà nel bicchiere.
Come le operazioni in camera oscura, che vanno a definire il contrasto, la definizione, la durabilità della fotografia analogica nel tempo.
Il risultato finale? Un’intuizione scolpita, un pensiero che diventa tangibile.
Un ricordo.
Libertà va cercando, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta.
🪐 Cosa stappiamo oggi?
🍷 Teroldego “Lezèr” di Foradori
È un evergreen: si fa beffe del tempo, non passa mai di moda
Ci penso sempre, al nonno, quando lo bevo: è così leggero e così intelligente questo vino, che è come se dicesse “non mi interessa di essere capito” perché se ci stai troppo a riflettere, non ne hai colto proprio il senso. È un vino libero.
Una spremuta di frutti rossi, invitante, rinfrescante, gioiosa, che strizza un po’ l’occhio al Lambrusco, senza essere così irruento, un po’ al Pinot Nero — senza la medesima pretesa di eterea eleganza.
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🍷 Gamay Bourgogne AOC di Louis Latour
In barba alle bambine perfettine gne gne gne
Non sono grande fan dei vini francesi, principalmente perché non li conosco così bene e i grandi classici mi ricordano tanto le bambine secche, bionde e impeccabili che mi squadravano divertite alle scuole dell’obbligo: a me piaceva giocare a calcio e avevo anche una discreta pancetta. Non sanno cosa si sono perse a non mangiare mai i Kinder Paradiso. E questo vino, non chiedetemi come mai, mi ha ricordato proprio le mie merendine preferite: goloso, peccaminoso, un sorso tira l’altro. Finisce troppo presto.
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Una fotografia: erano anche i vini dell’ultimo compleanno del nonno.
💫 L’angolo dei wine nerds
Restiamo nella metafora della fotografia, ma stavolta entriamo in camera oscura sul serio, con i guanti di lattice e la luce rossa accesa.
Se il vino è una fotografia, dov’è il clic? La risposta più onesta è: alla vendemmia. È quel momento — pochi giorni, a volte poche ore di decisione sul quando raccogliere — che fissa irrevocabilmente la materia prima: zuccheri, acidità, aromi precursori, tutto ciò che il millesimo porterà con sé per sempre. Dopo quel momento, la pellicola è esposta. Resta solo da sviluppare.
Ho pensato che il Gamay offrisse un caso perfetto, perché lo stesso identico “clic” — la vendemmia di un Gamay, spesso raccolto in anticipo rispetto ad altre uve — può portare a due sviluppi fotografici radicalmente diversi.
Prendiamo il Beaujolais Nouveau: la legge francese ne permette la vendita già dal terzo giovedì di novembre, a poche settimane dalla vendemmia. È una pellicola sviluppata e stampata in tempo record. Questo accade soprattutto grazie alla macerazione carbonica, una tecnica che fa fermentare i grappoli interi in ambiente saturo di CO2, prima ancora della pigiatura — anche se non tutti i produttori la applicano in forma pura, e alcuni preferiscono varianti semi-carboniche o metodi più tradizionali. Il risultato tipico resta comunque un vino fruttato, immediato, con tannino appena percettibile, pensato per essere bevuto nei mesi successivi alla vendemmia.
Ora prendiamo un Moulin-à-Vent, uno dei dieci cru del Beaujolais — stesso vitigno, suoli diversi (qui il manganese nel terreno gioca un ruolo che gli enologi locali conoscono bene). Molte cuvée in stile più borgognone scelgono una vinificazione tradizionale, senza scorciatoie carboniche, anche se esistono pure in questo caso interpretazioni semi-carboniche: dipende dal produttore, non dalla denominazione in sé. Un Moulin-à-Vent impostato in questo stile più classico può evolvere in bottiglia per anni, e in alcune annate e cuvée anche oltre il decennio, sviluppando con il tempo note più terziarie, più simili — perdonate il gioco facile — a certi Pinot Noir evoluti che a un Nouveau di tre mesi prima.
Stesso vitigno, stessa “pellicola” di partenza. Camere oscure potenzialmente molto diverse, con tempi di sviluppo che vanno da poche settimane a oltre un decennio.
La rottura della metafora fotografica accade in un punto che vale la pena notare: una foto, una volta sviluppata e fissata, resta quella per sempre.
Il vino in bottiglia, invece, continua a evolvere anche dopo essere stato “stampato” — una stessa bottiglia di Moulin-à-Vent, riassaggiata a distanza di un anno, può risultare leggermente diversa, anche a parità di annata e produttore. Il tempo di sviluppo del vino, a differenza di quello della pellicola, non ha quasi mai una fine netta.
Come riconoscerlo in etichetta?
Se vedi scritto “Beaujolais Nouveau”, hai in mano una pellicola sviluppata in tempo record — bevila giovane, il suo momento è adesso e non aspetterà il tuo “momento perfetto” (lo stesso vale, più in generale, per i vin de primeur di altre regioni, categoria normativa che il Nouveau condivide con altri vini pensati per il consumo immediato). Se invece leggi il nome di un cru come Moulin-à-Vent, Morgon, Chénas o Fleurie, hai spesso tra le mani una pellicola capace di continuare a svilupparsi per anni — non è garanzia automatica su ogni bottiglia, ma è la direzione in cui questi cru tendono a lavorare, e il tempo che le concedi in cantina — o anche solo nel bicchiere, lasciandola respirare — è parte ancora attiva del processo.
🌒 Link molto belli
Gen Z e vino: l’Austria mostra che il futuro passa da esperienze più dinamiche, non solo da etichette storiche. Su DrinksBusiness.
40.000 bottiglie, una storia controversa e una scuola di vino in arrivo. La Georgia trasforma la collezione impressionante di Joseph Stalin (!) in futuro. Su Reuters.
Un ceppo sopravvissuto alla fillossera riaccende una storia di ricerca, memoria e identità territoriale. Su Italia a Tavola.
La texture del vino diventa finalmente un dato, non solo una sensazione raccontata a parole. Tannini, proteine e polisaccaridi spiegano perché un vino può sembrare setoso, ruvido o allappante. Su Earth.com.
Tyler Balliet racconta come la transizione abbia trasformato il suo modo di sentire vino, aroma e sapori. Bellissimo pezzo su WineEnthusiast.
👋🏻 Mi presento
Ciao, sono Giulia. Sono sommelier, consulente e trainer in ambito digital strategy per realtà enogastronomiche. Collettivo Liquido è il mio progetto corale, che unisce enoturismo, marketing, identità visiva. Tra le altre cose, sono docente di Email Marketing e Copywriting per l’università online Start2impact.
Mi piace trovare angoli comunicativi dove il vino possa brillare – anche fuori dal calice. Se ti va di parlarne, o di lavorarci insieme, inviami una mail:
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Per questo mese è tutto: grazie mille per avermi dedicato del tempo.
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Ci sentiamo presto, ciao!






Buono il Lezèr! In questa stagione si beve che è una meraviglia!
Bello il parallelismo con la fotografia! Questa quarta stagione sta tirando fuori proprio il meglio di te! Santé