Dentro qualcosa balla
S3 E11 | Di Valerio Magrelli, lenti attraverso le quali guardare le cose che ci circondano, la poesia salverà il mondo, Michiru Aoyama, ricordi di rossi longilinei e bianchi imponenti.
Ciao, io sono Giulia e questa è la terza stagione della Guida Galattica per Enostappisti: la newsletter che ti aiuta a unire i puntini nell’universo vino, un paio di bottiglie / canzoni / parole / vicende random / link al mese.
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🚀 Scrivi qualcosa, Giulia
Giunti al 27 novembre, mi rendo conto che la mia vena creativa è piuttosto drenata. Mi sento come il fosso di una campagna sperduta nel nulla dell’entroterra toscano il 15 agosto: brullo, asciutto, una visione desolante, abbandonato al proprio senso di vuoto, al più attraversato da famigliole di nutrie in cerca di riparo dall’arsura cocente. La mia afasia mi ricorda, per antitesi, quel compositore giapponese che dal 2021 ogni giorno inventa, produce e distribuisce online un intero album di musica ambient, quella stessa musica che sto ascoltando adesso, sperando che arrivi un qualche accenno d’ispirazione. Lui si chiama Michiru Aoyama: ogni giorno per anni e anni si è svegliato alle 5 e ha composto un album di 8 tracce della lunghezza di circa 20 minuti. L’arte di Michiru Aoyama è una routine, un’abitudine, alla stregua di “lavarsi i denti” (parole sue) – con l’obiettivo di dare alla luce ogni giorno qualcosa, che sia buono o meno buono, non ha importanza. Qualcosa, ogni giorno: la creatività è un muscolo che va allenato con costanza, dicono quelli bravi. Ultimamente sono tornata spesso alla poesia: mi rendo conto che la mia afasia è data da un inusuale concentramento di energie mentali in ambiti della mia vita che restituiscono poco alla mia voglia di scrivere, essendo esse indirizzate perlopiù alla progettazione e alla sperimentazione della mia nuova vita professionale. Che è bellissimo, liberatorio, soddisfacente, arricchente, ma al contempo estenuante, per una come me che era abituata a trovarsi ogni mattina le sue 9-10 task su Asana da svolgere e poi a spegnere il computer al più tardi alle 18:30. Con questa stanchezza che pervade ogni angolo del mio essere, faccio fatica a ritagliarmi del tempo per nutrire la mia povera anima, sommersa da cartelle excel, deck e pitch e mille altre cose da business woman. Ma, dicevamo, la poesia: la poesia è la forma d’arte che più mi riempie e mi inebria, un po’ come il vino; nei libri non ci sono pareti di vetro – nella forma di un calice – come una lente attraverso la quale guardare il mondo, ma c’è lo specchio di parole scritte da altri che hanno il potere di risuonare in noi come una grancassa. Nella poesia, come nel vino, ognuno ci intravede quello che vuole. Quello di cui ha bisogno. Il caso vuole che in queste ultime settimane mi sia trovata spesso a sfogliare una raccolta di poesie di Valerio Magrelli, e a tornare a più riprese a una pagina in particolare, che per questo ha meritato pure un impertinente orecchio; continuavo a tornarci e ogni volta che ci posavo lo sguardo sentivo un profondissimo gonggggg risuonare nel mio cervello:
Come succede spesso, tutto è cominciato con la raccolta di poesie che ho in casa per poi degenerare in un arzigogolato rabbit hole grazie al quale ho scoperto che Valerio Magrelli nel 2013 ha scritto un saggio sul rapporto tra alcol e letteratura, chiamato “La grande sete” (disponibile qui, sulla rassegna stampa di Oblique). Un elemento centrale del saggio è la concezione dell’alcol come una “fata verde” o una sostanza capace di aprire nuove dimensioni di conoscenza e creatività: Magrelli sottolinea come birra, distillati e vino siano stati evocati “nei luoghi e nelle culture più diverse come preziosi, talvolta indispensabili alleati nell’esercizio della scrittura”; non lasciatevi ingannare, però, perché Magrelli non offre una visione romantica e naïve del tema, come tanti altri sedicenti esperti tendono a fare, portando all’attenzione del lettore anche i rischi della dipendenza e le sue conseguenze negative, citando riflessioni di Ernst Jünger sulla natura dell’ebbrezza.
Il mio archivio storico su Vivino, che curo con estrema dovizia dal lontano 2016, mi ricorda che questo mese ho assaggiato solo un vino, poi mi domando perché la “fata verde” non viene in visita e non ho un bel niente da dire. E mi fa comunque un po’ ridere che da cosa comunque nasce cosa, che una pagina non possa realmente restare bianca troppo a lungo e che alla fine della fiera ci sia sempre qualcosa di cui parlare, due parole da mettere in fila, un flusso di coscienza da sprigionare; sarà che, in fondo, anche se non sembra e c’è un gran silenzio tutto attorno, dentro qualcosa balla.
🪐 Cosa stappiamo oggi?
🍷 Pinot Nero “Lavorare Stanca” di Marcalberto
Per quei giovedì sera che vorresti tanto fossero già venerdì
Quando la realtà non soddisfa i nostri bisogni, cosa facciamo? Andiamo a pescare calici dalla memoria, in attesa di momenti più propizi: era il mio compleanno di qualche vita anno fa, quando questo Pinot Nero ha monopolizzato la mia attenzione durante una cena in un ristorante meraviglioso, a due passi dalle Langhe, di cui mi sfugge assolutamente il nome. Su Vivino scrivevo: “GORGEOUS WINE” – ho sempre avuto il dono della sintesi; ho comunque questo talento senza senso e senza utilità immediata, per cui non ricordo cosa ho mangiato stamani a colazione, ma ricordo i lineamenti di praticamente ogni cosa che bevo e questo Pinot era delicato, lieve, con tannini sodi e longilinei, così memorabile nella sua grazia e compostezza, che ancora me lo ricordo. Di Marcalberto consiglierei a occhi chiusi anche le bollicine, può far comodo in vista del Natale: il Sansannée è perfetto per godere a colpo sicuro.
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🍷 Il Richenza di Vigna Petrussa
Per quei traguardi di amici tanto stretti che sembrano quasi tuoi, i traguardi.
Guardando meglio su Vivino, non è esattamente l’unico vino che ho bevuto a Novembre, ma se ricordo solo questo (e una bella bella Vespolina, god save i rossi leggeri) un motivo forse c’è – ma non è questa la sede per indagarlo. Parliamo di un vino bianco corposo, che riempie la bocca al primo sorso, senza affaticarla, con un retrogusto fruttato di mela e albicocca cui si aggiunge una nota di legno perfettamente integrato, sapete, che rimanda al profumo di brioche, un po’ di vaniglia, quelle peculiari note “terziarie” che di solito mi nauseano (perché troppo dolci, o artificiali) e dalle quali, invece, in questo caso mi sono lasciata abbracciare.
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💫 L’angolo dei wine nerds
Le note terziarie: croce e delizia di tutti i nasi avvezzi alla degustazione (nel mio caso perlopiù croce). Derivano da processi chimici che si innescano durante le fasi di maturazione, in legno, e di affinamento, in bottiglia.
Durante la maturazione del vino, il legno, materiale poroso, cede composti aromatici che si trovano naturalmente nella sua struttura, specialmente nella lignina e nelle emicellulose. Questi composti, inizialmente legati alla struttura del legno, si “sciolgono” lentamente nel vino: la lignina rilascia molecole responsabili di aromi che ricordano vaniglia, spezie, note tostate, mentre le emicellulose danno origine a aromi più tendenti al caramello e alla nocciola. Il grado più o meno alto di tostatura della botte intensifica questi processi: un legno più tostato rilascerà più composti aromatici.
Una volta in bottiglia, il vino è quasi completamente isolato dall’ossigeno, ma le trasformazioni non si fermano: in questa fase avvengono le reazioni “di sistema”: i composti già presenti continuano a interagire tra loro, formando nuove combinazioni aromatiche attraverso processi chimici.
Esistono varie ed eventuali categorie di “note terziarie”, tra le quali rientrano note balsamiche, tostate, affumicate, di fiori appassiti e frutta disidratata, ecc ecc. Se ben gestite, aggiungono al vino un fascino anni ‘90 veramente irresistibile, quando invece si è meno fortunati, la mente volerà (e si schianterà) al ricordo della vanillina che utilizzate per fare i dolci. Buona nei dolci, forse, ma nel vino? No grazie.
Provo sempre un po’ di reticenza perché questi aromi mi riportano alla mente quelle grandi furbate che l’uomo architetta pur di risparmiare tempo e danaro, come immergere nel vino chips di legno – sì esatto, dei trucioletti di legno - simulando così la maturazione in botte. Pratica teoricamente PROIBITA da qualsivoglia disciplinare IGT/DOC/DOCG ma poi, nel quotidiano, sappiamo come vanno le cose, i controlli non sono mai così rigorosi come dovrebbero. E quindi, godetevi le note terziarie fatte bene, tipo quelle del Richenza di cui sopra, se volete invece provare l’ebrezza di odorare la vanillina in un calice, comprate del Cabernet Sauvignon americano low cost. Sono sempre più tentata dall’inaugurare una rubrica a tema I perdibili – la mia nuova newsletter preferita che consiglia cosa non fare/vedere/leggere – parlando di vino. Stay tuned.
🌒 Link molto belli
Dal ripudio totale alla sperimentazione in vari ambiti: come l’AI è entrata nei ristoranti. Su Wine Spectator.
Nel mentre su Substack c’è chi fa finta di essere un produttore vinicolo, coadiuvato dall’AI. What a time to be alive.
A partire dalla vendemmia 2025 vedrà la luce il Chianti Rosé. The American Desperate Housewife’s dream comes true. (Ma ce n’era proprio bisogno?)
La chiesa cattolica ha inventato il terroir? Su Drinksbusiness.
Un podcast sulla storia di sua maestà Jancis Robinson? GIVE IT TO MEEEEEE
Belle cose: in Piemonte nasce il comitato tecnico vitivinicolo per la sfida climatica. Su WineMag.
👋🏻 Mi presento
🍷 Ciao, sono Giulia.
Sommelier, consulente e trainer in ambito digital strategy per cantine.
Tra le altre cose, sono contributor per Cookist e docente di Email Marketing e Copywriting per l’università online Start2impact.
A cosa sto lavorando adesso?
💼 Sto supportando un gruppo vinicolo che riunisce varie cantine in tutta Italia e una in USA per quanto riguarda copywriting, SEO & pianificazione editoriale.
💼 Sto preparando, con le mie compari del Collettivo Liquido, un webinar per cantine italiane e internazionali a tema comunicazione, marketing, enoturismo, grafica.
💼 Sto strutturando un percorso di training per cantine che non vogliono delegare a terzi la propria attività di comunicazione e marketing online.
Qui trovi la mia dichiarazione d’intenti professionale:
Mi piace trovare angoli comunicativi dove il vino possa brillare – anche fuori dal calice. Se ti va di parlarne, o di lavorarci insieme, inviami una mail:
📧 gmciampolini@gmail.com
Per questo mese è tutto: grazie mille per avermi dedicato del tempo.
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Ci sentiamo presto, ciao!








Le orecchie ( o orecchi?) alle pagine dei libri sono old-fashioned ma assolutamente necessarie!!! Le adoro!!!