- Scrolling + Riesling
S4 E05 | Di vigne vecchie, aspirazioni analogiche, il mio cane che mi porta a spasso, bianchi giganti gentili.
Ciao, io sono Giulia e questa è la quarta stagione della Guida Galattica per Enostappisti: la newsletter che ti aiuta a unire i puntini nell’universo vino, un paio di bottiglie / canzoni / parole / vicende random / link al mese.
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🚀 Uscire a toccare l’erba
Le idee migliori ultimamente mi fanno visita mentre porto a spasso il mio cane - o meglio, mentre lui porta a spasso me - sogno di unirmi a una bisca clandestina che gioca a burraco scommettendo soldi, vorrei comprarmi una macchina da scrivere di quelle che fanno un rumore assordante e tlak tlak tlak ogni volta che premi i tasti, vorrei riprendere in mano la macchina fotografica analogica del mio nonno e sprecare ore e rullini cercando di immortalare l’attimo perfetto, senza riuscirci.
Un mio amico mi ha inviato un post su Instagram di questa tipa che rimuove le etichette dalle bottiglie di vino dopo averle bevute e le conserva in un diario e adesso ho voglia di farlo anche io: chiudere per sempre il mio quasi decennale account su Vivino e cominciare a fare art attack con le etichette. A me sembra una meravigliosa perdita di tempo. Proprio adesso che mi sembra di passare più tempo a pensare al vino, invece che a berlo.
E intanto scrivo di getto, immersa nelle mie fantasie analogiche, buttando inchiostro su queste pagine virtuali, senza alcun tipo di aspettativa.
Qualche tempo fa ho stappato questo Riesling che sulla carta era pazzesco, lì sì che ne avevo di aspettative: non sono state deluse, era buonissimo, ottenuto dalle vigne più vecchie della Mosella. Una bevuta gloriosa che s’intona perfettamente con il mio mood un po’ nostalgico — il Riesling è nel podio dei miei vini preferiti perché non lo puoi piegare alle mode del momento: lo spotti subito, con quegli aromi di idrocarburi pazzeschi che secondo me sono ancor più sottolineati dalla saggezza delle vigne vecchie, che spediscono le loro radici in profondità, metri e metri sottoterra, al riparo da tutte le scemenze che si dicono quando si affrontano le cose rimanendo in superficie.
L’altro giorno ascoltavo Celentano che cantava “tra le mie braccia dormirai / serenamente / ed è importante questo sai / per sentirci veramente noi” e ho pensato che il Riesling un po’ addormenta i miei timori, abbassando il volume della mia ansia perpetua e così mi ricorda perché, tra tutte le cose possibili, la mia cosa è proprio il vino. C’è un che di rassicurante nell’imponenza gentile del Riesling, mi ricorda l’abbraccio solido di un nonno. E quindi voglio stampare su una maglietta il mio nuovo mantra: - scrolling + riesling.
Chi ha letto Libera Nos a Malo forse ricorderà che la quarta stagione, per me, sarebbe stata anche un modo per ripensare il significato del vino.
Bere il vino, invece di pensarlo, mi ricorda tanto i discorsi che posso fare con i nonni: intrisi di quella praticità, o forse meglio dire pragmaticità, che l’essere immersi costantemente in mille tab di Google Chrome a volte annebbia.
E proprio quando l’affaticamento da digitale sembrava prendere il sopravvento, un Riesling da vigne vecchie mi ha ricordato che alcune cose possono ancora durare — e donare al mondo concretezza.
🪐 Cosa stappiamo oggi?
🍾 Riesling CAI di Immich-Batterieberg
Il bianco che non si mette in posa: sa che le fotografie spontanee sono le migliori.
Un vino luminoso, con agrumi, pesca bianca, fiori, idrocarburi e una scia di pioggia appena caduta, ha quella freschezza tesa e pulita dei Riesling che non cercano di sedurti con la larghezza ma con la precisione.
È il genere di vino che non fa rumore, ma si lascia bere con una naturalezza quasi irritante — come se sapesse già che un sorso solo, no, non basterà.
💫 L’angolo dei wine nerds
Le vigne vecchie hanno un pregio che mi piace molto: non fanno scena, la rubano direttamente. Badate bene che non è una questione di fascinazione nostalgica: parliamo proprio di come una pianta cambia col tempo, prende maggior consapevolezza e abita il palcoscenico senza sforzo apparente. Produce meno, si spinge sempre più in profondità e, in molti casi, consegna uve più concentrate e capaci di raccontare con maggior precisione la terra dove affondano le sue radici.
Perdonate l’ovvietà: è chiaro che l’età da sola non basta. Una vigna vecchia non è automaticamente una grande vigna, e un’etichetta che esibisce la scritta “vigne vecchie” non garantisce niente. Contano il vitigno, il terreno, la posizione, il lavoro in vigna, le idee a monte, la messa a terra — letterale e non. L’età può essere un amplificatore, ma da sola non conta niente.
Però, quando tutto gira bene, le vecchie vigne possono restituire vini più profondi, più stratificati, spesso più lunghi. Vini che non alzano il volume, ma lasciano nella memoria una traccia più netta. Non è il vino che strepita per avere la tua attenzione: è il vino che resta.
La Mosella, in Germania, è uno dei posti in cui questa idea trova terreno fertile. Immich-Batterieberg lavora su vigneti di Riesling vecchi, spesso a piede franco, impiantati su pendenze di ardesia che non perdonano distrazioni. In questo specifico contesto, raccontare l’età delle piante è un dovere morale: è una delle ragioni per cui il vino riesce a tenere insieme finezza, freschezza e peso specifico, senza diventare pesante.
Il Riesling CAI, ottenuto da vigneti con età media che si aggira intorno ai 50 anni, è un buon esempio: si tratta di una cuvée d’ingresso, o come si dice in gergo “il vino base” della cantina, quindi niente pose da primo della classe, ma dentro si porta già una memoria agricola lunga abbastanza da fare eco. Vino base, sì, ma all’orecchio attento parla, e molto. Chiede di essere bevuto con attenzione.
E forse è proprio questo che rende speciali le vigne vecchie — ai miei occhi. Non promettono automaticamente il capolavoro, ma aumentano la probabilità che nel calice succeda qualcosa di più interessante del semplice “buono questo!”.
E quando funzionano davvero, e gli astri si allineano, il vino sembra arrivare da più lontano — con una voce bassa, ma difficilissima da ignorare.
🌒 Link molto belli
Un’analisi dati spietata che smonta il mito della sommellerie d’avanguardia: i (presunti) migliori ristoranti del mondo, invece di esplorare, convergono sempre verso gli stessi nomi. Su EverydayDrinking.
«La Palestina merita di essere riconosciuta come terroir», dice lo chef franco-palestinese Kattan — non per solidarietà politica, ma per quello che c’è nel bicchiere. Sono d’accordo. Comprate comunque vino palestinese.
Per la prima volta nella storia, nel 2025 i francesi hanno bevuto più birra che vino: circa 10 milioni di litri in più, mentre il consumo di vino è sceso al livello più basso degli ultimi 70 anni. La fine di un’era? Su The Times.
La nuova bottiglia di Primosic “che parla alla Gen Z”. L’importante è essere convinti. Su Vino a Tavola.
Patagonia ha iniziato a vendere birra analcolica. Molto più di una banale brand extension. Su Intravino.
👋🏻 Mi presento
Ciao, sono Giulia. Sono sommelier, consulente e trainer in ambito digital strategy per realtà enogastronomiche. Collettivo Liquido è il mio progetto corale, che unisce enoturismo, marketing, identità visiva. Tra le altre cose, sono contributor per Cookist e docente di Email Marketing e Copywriting per l’università online Start2impact.
Mi piace trovare angoli comunicativi dove il vino possa brillare – anche fuori dal calice. Se ti va di parlarne, o di lavorarci insieme, inviami una mail:
📧 gmciampolini@gmail.com
Per questo mese è tutto: grazie mille per avermi dedicato del tempo.
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